Ieri, 25 ottobre 2026, il consigliere di Putin, Yuri Ushakov ha detto che “bisogna coinvolgere l’Europa” nelle trattative per giungere alla pace in Ucraina. Tra i cinque leader europei candidati a trattare con il Cremlino c’è anche la presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni.
L’apertura del Cremlino e il vertice trilaterale del 10 novembre
L’apertura è arrivata dopo che la diplomazia russa e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky hanno confermato l’avvio di colloqui trilaterali Usa-Ucraina-Russia il 10 novembre ad Abu Dhabi.
Già a maggio scorso, il Cremlino aveva fatto sapere di non essere “mai stato stato contrario” a riaprire i rapporti con Bruxelles, precisando che qualsiasi trattativa sarebbe dovuta passare dalla “risoluzione delle cause profonde del conflitto in Ucraina”. A fine giugno, Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha aggiunto che “discutere dell’architettura di sicurezza del continente senza di loro (gli europei, ndr.) è impossibile”. Il punto è stato ribadito anche ieri nella conferenza stampa per fare il punto sul vertice di Abu Dhabi.
Mosca ha specificato che l’accettazione dei negoziati “non implica alcuna restrizione nelle operazioni militari” sul campo. I combattimenti e i raid aerei continueranno anche durante le discussioni, con l’unica eccezione della mini-tregua umanitaria a Oleshky ottenuta grazie alla mediazione di Melania Trump.
I tre livelli della strategia russa: perché coinvolgere l’Europa?
Ma se il trilaterale esclude i rappresentanti di Bruxelles e vede come unico mediatore formale gli Stati Uniti, perché Mosca apre all’Ue?
l ruolo di garante economico e il nodo dei 200 miliardi di asset congelati
Mosca sa che le sanzioni economiche e i futuri fondi per la ricostruzione dipendono da Bruxelles. Un eventuale accordo ad Abu Dhabi rimarrebbe zoppo se l’Europa decidesse di mantenere l’architettura delle sanzioni contro la Russia. Inoltre, senza fondi Ue, Kiev non potrebbe firmare l’accordo di pace perché non avrebbe alcuna garanzia sul proprio futuro. In particolare, lo Strumento per l’Ucraina e i macro-prestiti pluriennali saranno i pilastri della stabilità economica del Paese e la ricostruzione civile dopo la fine dell’invasione russa.
Una parte consistente dei piani di ricostruzione discussi a livello internazionale prevede l’impiego dei circa 200 miliardi di euro di asset russi congelati, la cui stragrande maggioranza si trova immobilizzata all’interno dei confini europei (in particolare in Belgio). Mosca vuole partecipare al dialogo con l’Europa proprio per negoziare il destino di questi fondi. Un accordo trilaterale Usa-Ucraina-Russia non potrebbe sbloccare legalmente o politicamente asset finanziari che sono sotto la giurisdizione sovrana dell’Unione.
Dal canto suo, l’Europa lega l’erogazione di queste mastodontiche cifre per la ricostruzione al rispetto degli accordi geopolitici (da verificare tramite monitoraggio internazionale) e alle riforme democratiche di Kiev. In pratica, l’Ue funge da garante ultimo: se una delle parti (Mosca o Kiev) violasse i futuri trattati di sicurezza concordati ad Abu Dhabi, Bruxelles potrebbe istantaneamente bloccare i flussi di denaro o congelare i negoziati commerciali.
L’ancoraggio e l’integrazione di Kiev nel mercato unico europeo
Il fattore economico (leggi: la ricostruzione) non è l’unico che spinge Mosca a considerare il coinvolgimento dell’Ue nelle trattative.
Il ruolo dell’Unione Europea nella stabilizzazione e nell’integrazione dell’Ucraina dopo la guerra rappresenta, infatti, il pilastro fondamentale per garantire la tenuta di qualsiasi accordo diplomatico a lungo termine. L’Europa detiene l’unico vero premio geopolitico strutturale richiesto da Kiev, ovvero l’adesione formale e definitiva all’Ue.
Mentre i negoziati trilaterali guidati dagli Stati Uniti ad Abu Dhabi si concentrano sugli aspetti strettamente militari, sul disegno dei nuovi confini sul campo e sull’eventuale e complesso impegno di Kiev a mantenere la neutralità rispetto alla Nato, l’Ue interviene per fornire all’Ucraina il definitivo ancoraggio all’Occidente. Tale legame si concretizza non solo sul piano politico, ma soprattutto attraverso l’integrazione progressiva e irreversibile nel mercato unico, l’allineamento agli standard normativi comunitari e l’accesso ai fondi strutturali europei.
Oltre all’integrazione economica, Bruxelles mette in campo un’esperienza consolidata nella gestione diretta delle crisi geopolitiche. Come già ampiamente dimostrato in passati scenari di instabilità regionale nei Balcani o in altre aree di crisi, il blocco possiede le strutture civili, logistiche e umanitarie più adatte per operare sul terreno. Questo patrimonio di competenze si rivelerà cruciale nelle fasi immediatamente successive al cessate il fuoco, quando l’Europa sarà chiamata a guidare e finanziare le delicate missioni di monitoraggio della tregua sul campo, a garantire la sicurezza e la continuità dei corridoi umanitari per i civili e a supervisionare l’avvio della mastodontica opera di ricostruzione delle infrastrutture vitali del Paese.
Chi sarà l’inviato speciale? La rosa dei 5 candidati europei
Come rivelato dai canali diplomatici europei, Bruxelles sta valutando una rosa ristretta di leader fortemente atlantisti, ma capaci di pragmatismo istituzionale per fare da ponte tra Washington, Kiev e il Cremlino. Secondo The Telegraph, i cinque candidati sono:
- Giorgia Meloni (presidente del Consiglio italiano): considerata un profilo solido per la coerenza nel sostegno a Kiev (ribadito anche in queste ore tra i colleghi della maggioranza) smentendo con fermezza qualsiasi timore iniziale di un asse filorusso a Roma;
- Mette Frederiksen (prima ministra della Danimarca): ha guidato una delle linee più aggressive e generose nel rifornimento militare all’Ucraina (è stata tra i primi a consegnare i caccia F-16). Gode della massima fiducia e del rispetto incondizionato da parte di Volodymyr Zelensky;
- Jonas Gahr Støre (primo ministro norvegese): la Norvegia non fa parte dell’Unione Europea ma è un pilastro della Nato e confina con la Russia nell’Artico. Støre permette a Bruxelles di cooperare con un alleato strettissimo senza i legami e le lungaggini burocratiche dei protocolli della Ue;
- Alexander Stubb (presidente della Finlandia): il suo Paese condivide oltre 1.300 chilometri di confine terrestre con la Russia ed è entrato di recente nella Nato proprio per questo motivo. Nessuno più di Stubb può portare al tavolo negoziale la reale urgenza della sicurezza continentale “sul campo”;
- Petr Pavel (presidente della Repubblica Ceca): non è un politico di carriera, ma un ex generale che ha presieduto il Comitato Militare della Nato. È l’unico dei cinque a possedere le competenze tecniche e strategiche per negoziare i dettagli complessi di un cessate il fuoco sul terreno (linee di demarcazione, zone demilitarizzate, corridoi umanitari).
Ad aprile, Mosca aveva proposto come mediatore con l’Ucraina l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, storicamente vicino a Vladimir Putin. I due sono legati da una profonda amicizia personale che risale agli anni in cui Schröder era Cancelliere tedesco (1998-2005), periodo durante il quale fu firmato lo storico accordo per il gasdotto Nord Stream. Il 7 ottobre scorso l’ex cancelliere tedesco ha celebrato a Mosca il 74° compleanno del leader russo. La pubblicazione delle foto dei due leader sorridenti mentre si stringono la mano, avvenuta nello stesso giorno in cui intensi raid russi colpivano l’Ucraina provocando decine di vittime, ha provocato l’indignazione del cancelliere Friedrich Merz, che ha definito l’incontro “immorale” e “oltraggioso”. Altri esponenti della maggioranza e dei Verdi hanno descritto Schröder come il pensionato “più imbarazzante della Germania”.
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