Quasi un residente su quattro in Italia (il 22,6%) vive sull’orlo della povertà o dell’esclusione sociale, un valore sensibilmente peggiore rispetto al 20,9% medio dell’Unione europea. È la fotografia scattata dall’Istat nella tredicesima edizione del Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (Bes), che mette a nudo una fragilità strutturale destinata a pesare sugli obiettivi dell’Agenda sociale comunitaria per il 2030.
La classifica continentale: da Praga a Sofia passando per il divario italiano
L’indicatore composito Arope (At Risk of Poverty or Social Exclusion), lo strumento con cui la Commissione europea monitora i progressi verso il target di riduzione della povertà sancito al Vertice di Porto, delinea un’Unione ancora fortemente polarizzata:
- I modelli più protettivi: la Repubblica Ceca vanta la performance migliore dell’Ue27, con un tasso fermo all’11,5%.
- Il blocco centrale: Germania e Francia si mantengono a ridosso della media Ue (attorno al 21%), confermando una maggiore tenuta degli ammortizzatori sociali.
- La coda della graduatoria: L’Italia si colloca al ventunesimo posto su 27 Paesi, facendo meglio della Spagna (25,7%) e di una ristretta retroguardia chiusa dalla Bulgaria (29,0%).
Il distacco di 1,7 punti percentuali dalla media comunitaria assume contorni macroscopici se tradotto in valori assoluti: milioni di cittadini vivono intrappolati in una condizione di precarietà reddituale o materiale.
Le tre crepe del sistema
A determinare il piazzamento negativo dell’Italia è la combinazione di tre fattori standardizzati a livello Eurostat:
- Il rischio di povertà monetaria: nel 2025 interessa il 18,6% dei residenti (in lieve discesa rispetto al 19,4% del 2014), ovvero persone che vivono in nuclei con un reddito netto equivalente inferiore al 60% della mediana nazionale.
- La bassa intensità lavorativa: misura le famiglie in cui gli adulti in età lavorativa (18-64 anni) hanno lavorato meno del 20% del loro potenziale nell’anno. Pur calando all’8,2% nel 2025 (dal 9,2% del 2024 e dal 10,8% del 2021) per effetto della crescita occupazionale, riguarda ancora 3 milioni e 873 mila persone.
- La grave deprivazione materiale e sociale: In base ai parametri europei di Europa 2030 (mancanza forzata di almeno sette beni e servizi primari su tredici), si attesta al 5,2%, coinvolgendo oltre 3 milioni di individui.
Il Mezzogiorno: una faglia regionale che sfida la coesione europea
Per le istituzioni di Bruxelles, il dato italiano non è un fenomeno uniforme, ma una delle fratture territoriali più estreme dell’intero territorio dell’Unione. Se il Nord Italia presenta indicatori comparabili con le aree centrali del continente, con un rischio di povertà monetaria al 10,4% e bassa intensità di lavoro al 3,6%, il Mezzogiorno sprofonda a livelli allarmanti:
- Il rischio di povertà sale al 32,1% (quasi un cittadino su tre), con punte del 32,8% in Calabria, 35,6% in Campania e 38,4% in Sicilia.
- La bassa intensità lavorativa investe il 16,0% della popolazione del Sud e delle Isole, un’incidenza quattro volte superiore a quella settentrionale.
- Sul piano della percezione economica quotidiana, il 12,3% delle famiglie meridionali dichiara di arrivare a fine mese con grande difficoltà (17,2% in Calabria), contro il 5,2% del Nord e il 4,7% del Centro.
A questo si salda una drammatica trappola educativa e generazionale: tra i giovani adulti (25-44 anni) del Mezzogiorno in possesso al massimo della licenza media, più della metà (il 51,8%) si trova a rischio di povertà.
Minori a rischio: l’ostacolo alla Garanzia europea per l’Infanzia
L’analisi mette a nudo un’ulteriore discrepanza generazionale: mentre il sistema pensionistico tutela gli ultra 65enni (la cui povertà assoluta si ferma al 6,1%), il peso dell’esclusione sociale grava sulle nuove generazioni.
In Italia ci sono oltre 5,4 milioni di persone in povertà assoluta (il 9,3% della popolazione). La quota sale all’11,2% tra le famiglie con almeno un figlio minore e tocca il 12,5% tra bambini e ragazzi, corrispondenti a 1 milione e 136 mila minori privati dello stretto necessario per una vita dignitosa. Si tratta di cifre che interpellano direttamente l’efficacia delle misure comunitarie come la European Child Guarantee.
Il ventunesimo posto dell’Italia dimostra che l’aumento dell’occupazione e la ripresa nominale dei redditi non bastano a colmare i deficit di convergenza se il lavoro creato resta precario, a bassa intensità o frammentato da barriere geografiche. Per l’Unione europea, la tenuta economica e sociale dell’Italia non rappresenta soltanto una questione domestica: senza una strategia capace di sanare il divario del Mezzogiorno e la povertà minorile, l’intero edificio della coesione continentale rischia di perdere uno dei suoi pilastri fondativi.
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