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Rimborso anti-Alzheimer, neurologo Marra: “Centrale valutazione costi-benefici”

Redazione Universonotizie.it Da Redazione Universonotizie.it
7 Maggio 2026
in Salute
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Rimborso anti-Alzheimer, neurologo Marra: “Centrale valutazione costi-benefici”
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(Adnkronos) – Il problema che si sta ponendo in questo momento sulla disponibilità degli anticorpi monoclonali per il trattamento dell’Alzheimer “riguarda non tanto l’efficacia o del rapporto rischio-beneficio, che è a favore del beneficio, ma è un discorso di costi e benefici. Il vantaggio che noi abbiamo in questo momento da questi farmaci – a 36 mesi e a 48 mesi – è quello, sempre più consistente, del guadagno temporale di 2 anni sul decorso della malattia. Questo ha un significato dal punto di vista anche dei costi sociali, economici, istituzionali di presa in carico e di gestione della lungodegenza molto forte, ma a fronte di un costo del farmaco molto alto”. Così Camillo Marra, direttore della clinica della memoria della Fondazione policlinico A. Gemelli e professore di Neurologia presso l’università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, chiarisce la situazione della rimborsabilità dei farmaci innovativi per l’Alzheimer, in fase di valutazione da parte di Aifa- Agenzia Italiana del farmaco.  Attualmente, “in Inghilterra, c’è l’approvazione per l’uso clinico, ma il Nice ha negato la rimborsabilità a livello del servizio sanitario – prosegue – Atteggiamenti simili sono stati adottati per esempio in Francia, in Olanda e in Germania con comportamenti un po’ diversi. Si sta lavorando per capire qual è il paziente a cui è più efficace dare il farmaco e che può trarre il maggior beneficio possibile e come ridurre i costi di gestione della terapia”. Il percorso di approvazione dei farmaci innovativi per l’Alzheimer “è stato piuttosto complesso, prima negli Stati Uniti, poi in Europa e attualmente sta avendo delle grosse criticità anche in Italia – ricostruisce l’esperto – Questa difficoltà nasce dal fatto che il primo farmaco, l’aducanumab, fu approvato negli Stati Uniti, per la prima volta, utilizzando un criterio surrogato di valutazione dell’efficacia, cioè la pulizia del cervello dalla beta-amiloide, proteina che si accumula in questi pazienti. Si tratta di un endpoint derivato, non primario come l’efficacia clinica. I farmaci che sono venuti dopo, il lecanemab e il donanemab, che sono stati approvati dalla Food and Drug Administration e poi successivamente dall’Ema, ente regolatorio europeo, hanno sopperito a questo perché hanno dimostrato un raggiungimento dell’endpoint primario negli studi a 72 settimane. L’approvazione da parte dell’Ema è arrivato nel nel 2025: prima per aducanumab, a luglio, e poi di donanemab a ottobre”.  Il problema è che “mancano elementi certi per definire il profilo dei pazienti più responder alla terapia rispetto ai non responder – spiega Marra – Sappiamo invece sicuramente di più su chi ha maggior rischio di sviluppare effetti collaterali: persone oltre una certa età; pazienti che hanno subito degli eventi ischemici recenti cerebrali o in terapia con anticoagulanti. Nei portatori di una omozigosi di tipo Apoe4, per esempio, il farmaco è vietato, perché il rischio supera il beneficio: il rischio di emorragia è piuttosto alto”. L’orientamento regolatorio”, in generale, “è di non dare il farmaco in queste situazioni”.  L’individuazione del “paziente ideale è più complessa” perché “si basa sulla definizione di ‘fase 4 di compromissione cognitiva’ che indica il livello di compromissione cognitiva a vale ancora la pena di dare il trattamento e oltre il quale non conviene più. Su questo – precisa il neurologo – abbiamo, per esempio, soltanto il testo Cdr: si sa che se il paziente supera l’1 è da considerare non trattabile, tra 0,5 e 1 è da considerare trattabile. Si tratta però di una misura grossolana: dovremmo trovare delle misure in grado di identificare pazienti a rischio di sviluppare la malattia, portatori ovviamente di beta-amiloide e di fosfo-tau, quindi affetti da patologia d’Alzheimer, con altre metodiche di indagine, in fase più precoce. Quanto più precoce è l’intervento – puntualizza – probabilmente tanto maggiore poi è il beneficio nel lungo termine. Per questo dovremmo avere degli studi di popolazione fatti per lunghi periodi per poter dire chi è più responder e chi meno responder. Parliamo di studi su ampie popolazioni di 2.000, 4.000, 5.000 pazienti seguiti per 3, 4, 5, 6 anni”. Un’altra questione importante sul tavolo di Aifa riguarda “la scelta della modalità di somministrazione, l’identificazione dei centri e delle qualifiche che dovrebbero avere quelli in grado di effettuare tutta questa attività di selezione dei pazienti, monitoraggio e distribuzione dei farmaci – sottolinea Marra – In Italia abbiamo oltre 500 centri e le loro caratteristiche non sono tutte uguali e non tutte hanno le facility per gestire diagnostica, infusioni e monitoraggio nello stesso modo. L’identificazione di questi centri – conclude – sarà parte integrante di questo lavoro che deve essere fatto dagli organi di regolazione amministrativa e sanitaria”. 
—cronacawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Tags: adnkronossalute
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