(Adnkronos) – Per quasi duemila anni sono rimasti chiusi nel paradosso che li ha salvati. L’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. carbonizzò i rotoli della Villa dei Papiri di Ercolano, rendendoli così fragili che tentare di aprirli significa rischiare di distruggerli. Ma la stessa catastrofe che li aveva resi inaccessibili ne ha permesso la conservazione. Oggi raggi X, ricostruzione tridimensionale, machine learning e lavoro filologico stanno cominciando a far emergere parole rimaste invisibili per secoli. Al centro di questa nuova fase c’è la Vesuvius Challenge, l’iniziativa internazionale nata nel 2023 per accelerare lo sviluppo di tecniche capaci di leggere i papiri carbonizzati senza aprirli fisicamente. Informatici, matematici, specialisti di imaging e papirologi lavorano sullo stesso problema: ricostruire digitalmente la struttura interna di un rotolo, separarne virtualmente gli strati e individuare sulla superficie ricostruita le tracce dell’inchiostro. Oggi Federica Nicolardi, professoressa associata all’Università Federico II di Napoli, guida il team di papirologia della Challenge.
Federica Nicolardi, professoressa associata di Papirologia all’Università Federico II di Napoli e responsabile del team di papirologia della Vesuvius Challenge
Il 25 giugno 2026 è arrivato uno dei risultati più significativi: PHerc. 1667, conosciuto nella Challenge come Scroll 4, è stato virtualmente srotolato e letto lungo tutta la parte conservata senza che il reperto venisse aperto. Un passaggio che trasforma quella che fino a pochi anni fa sembrava una prova di principio in una possibilità concreta. "Con il PHerc. 1667 abbiamo dimostrato la possibilità di svolgere virtualmente un papiro ercolanese intero», spiega Nicolardi ad Adnkronos Tech&Games. "Intero ovviamente nel modo in cui è conservato oggi, non necessariamente per come era nell’antichità, ma comunque la possibilità di svolgere e leggere per intero, con metodi assolutamente non invasivi, il papiro esattamente come è conservato oggi".
Processo di pseudo-etichettatura del modello. Ogni colonna rappresenta un’iterazione: in alto le etichette generate dal passaggio precedente, al centro la nuova previsione del modello, in basso l’area di validazione, mai utilizzata per l’addestramento. Fonte: studio su PHerc. 1667. Vesuvius Challenge
È proprio sul ruolo dell’intelligenza artificiale che il racconto rischia però di diventare più semplice della realtà. "Prima di tutto una distinzione importante è quella tra intelligenza artificiale generativa e intelligenza artificiale basata su procedimenti di machine learning", precisa Nicolardi. "Noi non utilizziamo intelligenza artificiale generativa sui papiri. Questa è la prima tutela alla verosimiglianza e soprattutto alla perfetta accuratezza dei risultati. I risultati possono essere più o meno visibili, ma non inventano assolutamente nulla". Il processo comincia molto prima dell’algoritmo. Il papiro viene sottoposto a scansioni a raggi X ad altissima risoluzione. Dal volume tridimensionale ottenuto occorre poi ricostruire la geometria delle spire, spesso schiacciate, deformate e aderenti le une alle altre. È il lavoro di segmentazione, che Nicolardi descrive come ancora semiautomatico e comunque sottoposto al controllo umano. Solo una volta ricostruita virtualmente la superficie del papiro entra in gioco l’ink detection, il riconoscimento delle differenze fisiche associate alla presenza dell’inchiostro.
PHerc. Paris 4: in alto, la lettura premiata nel Grand Prize 2023 della Vesuvius Challenge; in basso, una più recente ricostruzione tridimensionale delle tracce d’inchiostro dello stesso testo. Fonte: Vesuvius Challenge
La difficoltà deriva dalla materia stessa. Il papiro carbonizzato è ricco di carbonio e anche l’inchiostro utilizzato nella maggior parte dei casi è prevalentemente carbonioso. Il contrasto può quindi essere estremamente debole.
Ed è qui che Nicolardi introduce una distinzione fondamentale: "L’intelligenza artificiale non legge i papiri, non fa nessuno sforzo di riconoscimento delle lettere, ma semplicemente uno sforzo di distinzione tra una superficie inchiostrata e una che non lo è. Una volta reso visibile quello che gli studiosi chiamano “segnale d’inchiostro”, viene poi letto dai papirologi".
È un punto sul quale converge anche Gianluca Del Mastro, professore all’Università della Campania Luigi Vanvitelli, da anni impegnato nello studio dei papiri ercolanesi e delle tecnologie applicate alla loro lettura. "Ricorrenze, ma attenzione, ricorrenze non di lettere, non di segni grafici. L'intelligenza artificiale non vede l’alfa, non vede beta, non vede gamma: vede una forma. Poi il papirologo da quella forma dice che quello è alfa, beta o gamma". Per Del Mastro il passaggio resta decisivo: "Abbiamo fatto in modo che il vaglio della lettera e poi l’interpretazione della parola passino sempre attraverso il papirologo. Per noi è la prova del nove, è la garanzia. La macchina ci deve aiutare".
Gianluca Del Mastro, professore di Papirologia all’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli” e membro del team papirologico della Vesuvius Challenge
Non è quindi una sostituzione dello studioso con la macchina. È quasi il contrario: la tecnologia riesce a portare davanti agli occhi del papirologo qualcosa che prima quegli occhi non potevano vedere.
Per capire quanto sia radicale il cambiamento bisogna tornare alla storia stessa dei papiri. I rotoli cominciarono a emergere durante gli scavi borbonici della Villa nel 1752. Carbonizzati e fragilissimi, rappresentarono immediatamente un problema: per leggerli bisognava aprirli, ma aprirli significava rischiare di distruggerli. La svolta arrivò con Antonio Piaggio, padre scolopio chiamato a Portici nel 1753, che mise a punto una macchina capace di separare progressivamente gli strati del rotolo mantenendo in trazione il foglio. Il suo metodo, con successive modifiche, rimase in uso per generazioni di studiosi. "Padre Piaggio era un personaggio straordinario, per noi è un altro nome tutelare della disciplina", racconta Del Mastro. Con quei sistemi meccanici furono aperti nei secoli centinaia di papiri, restituendo opere che altrimenti non conosceremmo. Ma il contatto fisico con materiale così fragile rimaneva inevitabilmente invasivo. È qui che Del Mastro richiama il suo maestro Marcello Gigante, figura centrale negli studi ercolanesi: "Quando io ero giovane, veramente giovanissimo, Gigante diceva: verrà un giorno che si leggeranno senza aprire. I maestri prefiguravano questa età, diciamo, dell’oro. E noi finalmente ci siamo arrivati oggi". La tecnologia contemporanea realizza dunque un’aspirazione che precede di decenni l’intelligenza artificiale. Del Mastro ricorda di aver portato personalmente un papiro al sincrotrone già tra il 2008 e il 2009 e di aver utilizzato la fluorescenza a raggi X nel 2015: "Sono anni e anni che facciamo questo tipo di esperimenti. Noi papirologi, per quanto siamo antiquati perché leggiamo il greco e il latino, siamo stati tra i primi a dire: vogliamo la tecnologia, vogliamo l’AI".
Digitalizzazione e acquisizione ad alta risoluzione di frammenti dei papiri ercolanesi attraverso un sistema automatizzato di imaging. Foto concessa da Gianluca Del Mastro
Il problema adesso è farlo su molti rotoli. Aver dimostrato che un rotolo chiuso può essere letto non significa però avere già una macchina capace di processare automaticamente l’intera biblioteca. "Le sfide sono ancora tante", osserva Nicolardi. "Una maggiore risoluzione delle scansioni permette di acquisire più informazioni, ma moltiplica anche tempi e costi. L’obiettivo è inoltre sviluppare modelli capaci di generalizzare: un sistema addestrato a riconoscere l’inchiostro su un papiro dovrebbe progressivamente imparare a funzionare anche su rotoli differenti." Poi rimane la geometria del reperto. "Ci sono sicuramente delle parti dei rotoli, alcuni rotoli, che sono estremamente compresse e lì è veramente molto difficile distinguere uno strato dall’altro, sia con i metodi più manuali che con i metodi automatizzati", spiega Nicolardi. La segmentazione è quindi uno dei grandi colli di bottiglia ancora aperti. La frontiera successiva non consiste soltanto nel leggere meglio un singolo papiro, ma nel riuscire a ripetere il processo in maniera affidabile su rotoli diversi, fino a trasformare una successione di risultati eccezionali in una metodologia applicabile su scala molto più ampia. Nelle ultime settimane un altro studio ha riportato l’attenzione mondiale sulla biblioteca ercolanese. Il lavoro, pubblicato il 16 settembre 2026 su PLOS One, descrive la costruzione di un rotolo sperimentale con papiro moderno e inchiostri contenenti quantità controllate di piombo. Il rotolo è stato successivamente carbonizzato e sottoposto a tomografia a raggi X. Gli autori sono riusciti a recuperare il testo scritto con inchiostro contenente piombo e hanno mostrato che la presenza del metallo può essere rilevata anche con uno strumento XRF portatile. Il possibile vantaggio è evidente: utilizzare la fluorescenza a raggi X come primo screening per individuare i rotoli nei quali la presenza di piombo potrebbe rendere l’inchiostro più facilmente rilevabile, destinando poi quei reperti alle scansioni più sofisticate. Il modello sperimentale offre inoltre qualcosa di prezioso per lo sviluppo degli algoritmi: un ground truth, perché il testo scritto prima della carbonizzazione è noto e può essere confrontato con quello recuperato dopo la scansione. Ma la pista del piombo negli inchiostri di Ercolano non nasce nel 2026. Lo stesso studio americano richiama esplicitamente ricerche precedenti che ne avevano già individuato la presenza in campioni autentici. Del Mastro ricorda inoltre le analisi XRF condotte da anni sui papiri e un lavoro pubblicato nel 2020 al quale ha partecipato. "Quel tipo di ricerca con la fluorescenza a raggi X ha una storia molto più antica", sottolinea. "La presenza di metalli è importante perché può rendere l’inchiostro molto più facilmente individuabile attraverso le tecnologie radiografiche," ma, aggiunge, "il fatto che ci siano i metalli non accade in tutti i papiri". Il valore del nuovo studio è quindi soprattutto metodologico: costruire un sistema sperimentale controllabile, verificare la rilevabilità di differenti quantità di piombo e valutare uno screening preliminare con XRF portatile. Gli stessi autori presentano i risultati come un supporto preliminare da verificare sui materiali autentici. E un rotolo costruito in laboratorio resta inevitabilmente diverso da un papiro sopravvissuto all’eruzione del 79 d.C.
Del Mastro insiste sulla complessità materiale dei reperti reali: "Stiamo parlando di rotoli completamente carbonizzati, compressi e contorti. Le spire possono trovarsi a distanze inferiori al millimetro e la loro geometria è stata profondamente alterata dalla carbonizzazione. Isolare digitalmente il singolo strato significa quindi seguire deformazioni microscopiche all’interno di un oggetto che non conserva più la regolarità originaria." La nuova sperimentazione non sostituisce dunque la lunga storia della ricerca sui papiri, ma aggiunge un altro strumento a una cassetta degli attrezzi che continua ad allargarsi.
Dal rotolo al testo: PHerc. 1667 ancora sigillato, le sezioni della scansione a raggi X e, infine, la superficie del papiro ricostruita e srotolata virtualmente. Fonte: Vesuvius Challenge
La tecnologia, però, è soltanto metà della storia. L’altra metà è ciò che potrebbe farci leggere. "I papiri di Ercolano trasmettono, da quello che abbiamo potuto vedere fino ad ora dai papiri già svolti materialmente e da quelli svolti virtualmente, solo testi che non sono trasmessi da nessun’altra fonte manoscritta", spiega Nicolardi. "Quindi qualsiasi cosa noi troviamo nei papiri di Ercolano è completamente nuova, ci viene direttamente dall’antichità e arriva direttamente a noi. Senza questi manoscritti sarebbe assolutamente persa". È una condizione radicalmente diversa da quella di gran parte della letteratura classica, arrivata fino a noi attraverso copie prodotte e ricopiate nel corso dei secoli.
Del Mastro usa un’immagine che sposta per un attimo la papirologia verso l’astrofisica. "È un po’ come per coloro che si occupano di astrofisica arrivare in punti dell’universo che non sono mai stati toccati. Noi arriviamo a leggere testi che non sono mai stati letti prima, ma che soprattutto ci aprono altre finestre". Con la tradizione medievale il filologo può confrontare differenti manoscritti. Qui spesso quella rete non esiste. "In questi casi l’attività filologica ce la dobbiamo inventare, ope ingenii: con l’ingegno dobbiamo cercare di capire quello che c’è scritto nel testo. E ogni testo può contenere riferimenti ad altri testi scomparsi. A volte si citano poeti, storici, oratori, storiografi che conosciamo o non conosciamo. È come camminare in un terreno totalmente insondato. Ogni passo è un passo per andare verso qualcosa di ancora più inedito". Anche PHerc. 1667 sta contribuendo a rendere più complessa l’immagine tradizionale della biblioteca della Villa dei Papiri. La collezione resta fortemente caratterizzata dall’epicureismo e dalla figura di Filodemo di Gadara. Ma il nuovo papiro è stato ricondotto, in via ancora ipotetica, all’ambiente stoico. Nicolardi osserva che la grafia sembra collocarlo nella seconda metà del III secolo a.C. e che, se l’ipotesi di un testo di Crisippo fosse confermata, il manoscritto potrebbe trovarsi cronologicamente molto vicino alla composizione dell’opera. Per Del Mastro non si tratta di rovesciare ciò che sappiamo della biblioteca, ma di comprenderne meglio la fisionomia. "A fronte di centinaia di testi epicurei, questi altri testi sono pochissimi. Dobbiamo pensare che gli epicurei, per costruire le polemiche che costruivano, avessero bisogno anche dei testi degli avversari". PHerc. 1667 rappresenterebbe quindi "una conferma di una biblioteca essenzialmente epicurea, ma che doveva assolutamente contenere altri testi". E non parla soltanto ciò che è scritto. La tessitura del papiro, la grafia, l’interpunzione, i titoli, la qualità del supporto possono fornire informazioni sulla datazione, sull’uso del volume e sulla sua committenza. Nicolardi ricorda che nella collezione sono riconoscibili libri di maggiore pregio ma anche copie d’uso e, in alcuni casi, materiali che sembrano restituire il lavoro ancora in corso su un testo. "In alcuni casi, inoltre, il rapporto con l’autore è eccezionalmente ravvicinato. Nella biblioteca sono state individuate copie multiple di opere di Filodemo con variazioni significative. Non si tratta di autografi," precisa Nicolardi, "ma di manoscritti prodotti in un ambiente nel quale il momento della copia e quello della composizione potevano essere molto vicini." Ma esiste un secondo archivio ancora da interrogare: non è racchiuso dentro un rotolo, bensì sotto la città moderna di Ercolano. La Villa dei Papiri fu esplorata nel Settecento per volontà dei Borbone attraverso un sistema di pozzi e cunicoli scavati nel materiale vulcanico. Gli esploratori penetravano negli ambienti antichi attraverso gallerie, recuperavano sculture, arredi e papiri e proseguivano nel sottosuolo senza riportare alla luce l’intero edificio. Ancora oggi gran parte della Villa resta sepolta.
Pianta della Villa dei Papiri con il tracciato dei cunicoli utilizzati per le esplorazioni sotterranee. Da Herculaneum, Past, Present & Future (1908), pubblico dominio
Del Mastro rende molto concreta la differenza tra quelle esplorazioni e uno scavo moderno: "Si deve immaginare una stanza, come quella dove sono adesso nel mio ufficio, piena di terreno. Io la vado a liberare, ma non la libero tutta: libero soltanto quello che mi serve, dove trovo la statua, dove trovo il papiro, dove trovo un altro oggetto. Poi devo ricoprire tutto perché altrimenti mi crolla il tetto". Il problema oggi è che sopra quella villa sono trascorsi duemila anni di storia. Sull’area insistono edifici storici, abitazioni moderne, strade e altre infrastrutture, rendendo estremamente complessa l’idea di uno scavo esteso a cielo aperto. "Pensare allo scavo a cielo aperto, quello in cui prendiamo milioni di metri cubi di terreno e li portiamo via, è difficilmente pensabile, se non impossibile", osserva Del Mastro. La prospettiva che indica è diversa: "Pensiamo piuttosto, anche con i sistemi moderni, alla riapertura degli stessi cunicoli borbonici e all’approfondimento delle ricerche in quei cunicoli. Pensiamo a tutto quello che ci potrebbe dare in termini di risultati".
Le rovine dell’antica Ercolano, la città moderna e il Vesuvio. Foto: Sumit Surai/Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.
La speranza riguarda naturalmente nuovi papiri, ma non soltanto quelli. La Villa ha già restituito sculture, mosaici e altre testimonianze eccezionali dell’antichità romana, e ciò che rimane sotto la città potrebbe conservare ulteriori elementi della vita e della decorazione dell’edificio.La tentazione è inevitabile: immaginare tra i rotoli ancora chiusi i grandi capolavori perduti della letteratura antica. Del Mastro preferisce partire da un’aspettativa molto più concreta. "Noi abbiamo delle opere di cui abbiamo il primo, secondo, terzo, quarto e sesto libro, quindi ci manca il quinto. Le prime cose che mi aspetto sono il completamento delle serie di libri che già abbiamo". Soltanto dopo viene il resto. In una biblioteca specialistica, osserva, possono comunque trovarsi opere inattese; e anche all’interno dei testi filosofici possono emergere citazioni di poeti, storici, oratori e autori appartenenti ad altre scuole.
La Vesuvius Challenge, lanciata nel 2023 da Nat Friedman, Daniel Gross e Brent Seales, punta a leggere i papiri carbonizzati di Ercolano senza srotolarli fisicamente, attraverso scansioni 3D, computer vision e machine learning. Fonte: Vesuvius Challenge
È precisamente questa possibilità ad avere trasformato la Vesuvius Challenge in qualcosa di più di una competizione tecnologica. "Credo che questa sia stata e sia un po’ la chiave del successo della Vesuvius Challenge", racconta Nicolardi. "L’idea di lanciare una sfida globale per trovare inchiostro in rotoli e libri che non vengono letti da duemila anni è sicuramente un aspetto di ricerca dell’impossibile che ha stimolato molte persone a mettersi in gioco". Del Mastro racconta la stessa attrazione in maniera molto personale. "Non smetterei mai di srotolare virtualmente papiri. Stanotte a mezzanotte ero lì a guardare le immagini di alcuni papiri per capire che cosa ci fosse scritto". Quasi uno svago dopo il lavoro: invece di continuare a scorrere i reel sul telefono, racconta, finisce per scorrere immagini di papiri. "Sempre indagine, sempre indagine, una ricerca continua".
Gianluca Del Mastro, professore di Papirologia all’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli” e membro del team papirologico della Vesuvius Challenge
Forse è proprio qui che sincrotroni, tomografie, voxel e algoritmi tornano a essere una storia profondamente umana. Le macchine riescono finalmente ad attraversare ciò che le mani non possono più toccare. Ma dall’altra parte dello schermo servono ancora occhi capaci di riconoscere una lettera, collegarla a una parola e comprendere quale voce del mondo antico stia tornando a parlare. Un rotolo alla volta, la Villa dei Papiri potrebbe così smettere di essere soltanto la più celebre biblioteca perduta dell’antichità e tornare, dopo quasi duemila anni, a essere semplicemente una biblioteca incredibile. Immagine di cover: ricostruzione della Villa dei Papiri di Ercolano, con il grande peristilio e il Vesuvio sullo sfondo. Illustrazione del 1908, pubblico dominio
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