Nei lavori in quota il punto di ancoraggio è l’elemento strutturale a cui è affidato l’intero sistema di protezione individuale: a esso spetta il compito di assorbire e trasferire alla struttura le sollecitazioni dinamiche prodotte da un’eventuale caduta.
Le normative UNI 11578 e UNI EN 795 definiscono in modo puntuale i requisiti prestazionali, le caratteristiche tecniche e le modalità di installazione di questi dispositivi, e rappresentano il riferimento normativo principale per progettisti, installatori e datori di lavoro.
Nella presente guida esaminiamo il contenuto delle due norme, con specifico approfondimento dedicato agli ancoraggi di Tipo A e alle loro applicazioni più ricorrenti.
La funzione strutturale del punto di ancoraggio
Un sistema anticaduta è composto da tre elementi tra loro interdipendenti: il dispositivo di protezione individuale indossato dall’operatore, l’elemento di collegamento (cordino, assorbitore, retrattile) e il punto di ancoraggio solidale alla struttura.
Il cedimento di uno qualsiasi di questi elementi comporta il fallimento dell’intero sistema.
Il punto di ancoraggio ha il compito di trasferire alla struttura portante le forze che si generano nell’arresto della caduta.
In caso di arresto di una caduta, le sollecitazioni trasmesse al punto di ancoraggio possono superare i 12 kN, valore equivalente a circa 1.200 kg di forza applicata istantaneamente.
Garantire una prestazione di questa entità richiede progettazione dedicata, materiali certificati e una posa conforme alle procedure indicate dal fabbricante.
Le cadute dall’alto rappresentano, su base nazionale, circa un terzo degli infortuni mortali sul lavoro.
Il dato si aggrava in modo significativo nel comparto edile: secondo il Rapporto Inail-Regioni sulle cause degli infortuni mortali e gravi nelle costruzioni, la caduta dall’alto o in profondità costituisce il 58,3 per cento degli eventi letali del settore.
UNI EN 795: la classificazione europea dei dispositivi di ancoraggio
La UNI EN 795 è la norma europea armonizzata che disciplina i dispositivi di ancoraggio.
La norma individua cinque categorie.
Il Tipo A raggruppa gli ancoraggi strutturali puntuali, fissati a parete, copertura o soffitto.
Il Tipo B comprende i dispositivi provvisori e trasportabili, mentre il Tipo C riguarda le linee vita flessibili orizzontali realizzate con cavi in acciaio. Le linee vita rigide su rotaia rientrano nel Tipo D.
Il Tipo E, infine, identifica gli ancoraggi a corpo morto, impiegati su superfici piane senza fissaggio meccanico.
Gli ancoraggi di Tipo A trovano larga diffusione nelle coperture industriali e civili.
Si tratta di singoli punti fissi a cui l’operatore vincola il proprio DPI mediante cordino o dispositivo retrattile.
Sono la soluzione preferenziale quando la geometria della copertura, l’estensione delle aree di lavoro o la frequenza degli interventi non rendono giustificata l’installazione di una linea vita continua.
UNI 11578: il riferimento italiano per gli impianti permanenti
La revisione del 2012 della UNI EN 795 ha circoscritto il proprio ambito di applicazione ai soli dispositivi destinati all’utilizzo da parte di un singolo operatore.
Una limitazione di rilievo sul piano operativo, dato che nella pratica di cantiere capita spesso che più lavoratori operino contemporaneamente sulla stessa copertura.
Per rispondere a questa esigenza è stata pubblicata nel 2015 la UNI 11578, specifica tecnica italiana.
La norma disciplina i dispositivi di ancoraggio destinati a installazione permanente e all’utilizzo contemporaneo da parte di più operatori, ed è oggi il riferimento obbligato per la progettazione di sistemi anticaduta sulle coperture nel contesto nazionale.
Le due norme si integrano.
La UNI EN 795 disciplina la certificazione del singolo dispositivo, mentre la UNI 11578 interviene sull’impiego permanente e sull’utilizzo da parte di più operatori.
Un ancoraggio di Tipo A installato in modo stabile su un capannone industriale dovrà pertanto risultare conforme a entrambe.
Ancoraggi di Tipo A su lamiere grecate: una casistica specifica
La lamiera grecata è la soluzione di copertura più diffusa nell’edilizia industriale e commerciale, dai capannoni produttivi ai centri logistici, fino alle strutture commerciali di grande superficie.
La sua configurazione pone tuttavia problematiche specifiche in materia di ancoraggi, che meritano un’analisi dedicata.
Il primo aspetto da considerare riguarda la resistenza strutturale.
La lamiera, considerata isolatamente, non possiede la resistenza meccanica necessaria per assorbire i carichi prodotti dall’arresto di una caduta.
Il fissaggio deve quindi essere concepito affinché le sollecitazioni si scarichino sugli arcarecci sottostanti, ovvero sugli elementi strutturali metallici che sostengono la copertura.
Un ancoraggio avvitato esclusivamente al lamierino, senza coinvolgere l’orditura portante, è tecnicamente inadeguato e fonte di rischio, perché induce nell’operatore una percezione di sicurezza non corrispondente alla reale tenuta del sistema.
Un secondo ordine di problemi è legato alla tenuta idraulica della copertura.
Ogni foro di fissaggio è un potenziale punto di infiltrazione.
I dispositivi specificamente progettati per lamiere grecate prevedono pertanto guarnizioni dedicate, piastre di ripartizione del carico e sistemi di sigillatura che garantiscono l’impermeabilità nel tempo.
Dall’osservazione delle installazioni eseguite sul campo emerge un’indicazione operativa di rilievo: la selezione dell’ancoraggio non può prescindere da un sopralluogo tecnico preventivo.
L’adozione di soluzioni standardizzate in assenza di una valutazione caso per caso rientra tra le criticità più ricorrenti in fase di installazione.
Le caratteristiche costruttive di questi dispositivi, geometria della piastra, sistema di guarnizioni, ancoraggio agli arcarecci e idoneità all’utilizzo contemporaneo da parte di più operatori, variano in funzione della configurazione di copertura e dello scenario d’uso.
Una configurazione rappresentativa, in acciaio inox e dimensionata per l’impiego fino a due operatori, è quella degli ancoraggi puntuali di Tipo A per lamiere grecate offerti da Pegaso Anticaduta, azienda leader del settore nella fornitura di sistemi anticaduta certificati.
Verifiche preliminari all’installazione
Prima della posa di un ancoraggio puntuale alcuni controlli sono indispensabili, perché
distinguono un’installazione effettivamente conforme da una solo formalmente regolare.
La marcatura CE del dispositivo costituisce il primo elemento da accertare, insieme alla documentazione tecnica di accompagnamento.
Devono risultare presenti la dichiarazione di conformità alla UNI EN 795, l’eventuale attestazione di conformità alla UNI 11578 e il manuale di istruzioni rilasciato dal fabbricante.
Sul fronte strutturale, occorre acquisire una relazione di calcolo sottoscritta da un tecnico abilitato, in particolare su edifici di datazione non recente o di cui non si disponga della documentazione strutturale originaria.
Le norme tecniche prescrivono per ciascun ancoraggio una resistenza a forza statica pari ad almeno 12 kN applicata per due minuti, in assenza di deformazioni permanenti di rilievo.
Sul piano documentale resta da considerare l’Elaborato Tecnico della Copertura (ETC), documento previsto da numerose normative regionali tra cui la Toscana (DPGR 75/R 2013), la Lombardia (D.D.G.S. 119/2009), il Veneto (DGR 97/2012), il Piemonte (LR 20/2009 e DPGR 6/R 2016) e l’Emilia-Romagna (DGR 699/2015).
L’ETC contiene la planimetria con il posizionamento degli ancoraggi, le procedure di accesso, le istruzioni d’uso e le indicazioni per le successive verifiche. In sua assenza, anche un impianto correttamente eseguito risulta inutilizzabile in regime di piena conformità.
Manutenzione e controlli periodici
Un dispositivo di ancoraggio non sottoposto a manutenzione perde progressivamente la propria capacità protettiva.
I serraggi possono allentarsi, le guarnizioni degradarsi per effetto dell’esposizione ambientale, gli elementi metallici subire fenomeni corrosivi nei punti di contatto tra materiali eterogenei.
La normativa prevede una verifica periodica con cadenza almeno annuale, da affidare a personale qualificato.
L’esito del controllo deve essere documentato e archiviato.
Quando un dispositivo è stato sollecitato da una caduta, la sostituzione è obbligatoria anche se l’operatore è stato regolarmente trattenuto: l’energia dissipata nell’arresto può produrre microdeformazioni che sfuggono all’ispezione visiva.
L’art. 71, comma 8, del D.Lgs. 81/08 pone in capo al datore di lavoro l’obbligo di sottoporre le attrezzature di lavoro a controlli iniziali e periodici, da affidare a personale competente.
L’inadempimento di questo obbligo, oltre ad aumentare il rischio operativo, può comportare profili di responsabilità penale in capo al datore di lavoro in caso di infortunio.
La giurisprudenza di legittimità si è espressa più volte in tal senso.
La Cassazione Penale, Sezione IV, con sentenza n. 18090 del 10 aprile 2017, ha confermato la condanna ex art. 589 c.p. dell’amministratore delegato e del preposto di fatto di un’impresa nel cui cantiere un ingegnere era precipitato dal tetto di un capannone, in assenza di presidi anticaduta e di adeguate procedure per l’esecuzione del sopralluogo in copertura.
La Corte ha escluso che il comportamento del lavoratore potesse interrompere il nesso causale, ribadendo che la negligenza del lavoratore non costituisce causa sopravvenuta sufficiente quando si innesti su una condotta colposa del datore di lavoro o del preposto.
Il quadro d’insieme
La sicurezza nei lavori in quota non si esaurisce nel momento dell’installazione.
Conoscenza del quadro normativo, prodotti certificati e qualificazione degli operatori intervengono in fasi diverse del processo: dalla progettazione iniziale alle verifiche periodiche, ciascun passaggio incide sull’efficacia complessiva del sistema.




