Un pianto improvviso, la risatina di un neonato che rimbalza sugli stucchi della Sala Matteotti di Palazzo Theodoli, il vociare spontaneo dei bambini che interrompe il rigido e impettito silenzio delle istituzioni. Non è un imprevisto, ma il manifesto politico da cui prende vita il convegno alla Camera dei deputati per la presentazione del disegno di legge “La genitorialità non nasce da sola”. Per la prima volta, i passeggini hanno varcato la soglia dei palazzi del potere per dare corpo e voce a ciò che la società sceglie sistematicamente di non vedere: la profonda solitudine, la fatica e il vuoto assistenziale che inghiottono le neomamme subito dopo il rientro a casa dall’ospedale.
Promossa dalla deputata del Movimento 5 stelle e segretaria di presidenza della Camera Gilda Sportiello insieme all’ostetrica Alessandra Bellasio, alla scrittrice Francesca Bubba e alla giornalista Corinna De Cesare, la proposta di legge punta a rivoluzionare il post parto in Italia, trasformando l’assistenza nei primi mille giorni di vita dei figli in un diritto pubblico universale, gratuito e garantito da un’équipe multidisciplinare.
Il vuoto assistenziale dopo le dimissioni dall’ospedale
L’allestimento di uno spazio di accoglienza dedicato ai bambini e alle loro famiglie ha rappresentato una scelta dal forte valore simbolico e politico. “Abbiamo voluto creare uno spazio che solitamente non viene neanche immaginato quando partecipiamo a incontri politici di discussione, come se le famiglie e i bambini non fossero cittadini di questa società con diritti ben precisi”, ha spiegato Gilda Sportiello, deputata del Movimento 5 Stelle e promotrice dell’iniziativa. La parlamentare ha evidenziato come le istituzioni tendano spesso a raccontare la maternità attraverso un’unica chiave narrativa fortemente romanticizzata, nascondendo la realtà complessa fatta di notti insonni, solitudine e carico di cura che gravano sulle madri e sui genitori.
La narrazione dominante impone di frequente il silenzio sulle difficoltà quotidiane del periodo successivo alla nascita o all’adozione. “Spesso ci sentiamo dire che ciò che ci capita è vissuto da tutte e che quindi dobbiamo sopportarlo, silenziando ogni lamentela per il timore di sembrare deboli o non all’altezza”, ha aggiunto Gilda Sportiello. Il disegno di legge nasce proprio dalla volontà di rigettare al mittente questo isolamento forzato, imponendo al sistema sanitario e alle istituzioni di accogliere e comprendere i bisogni concreti delle persone fin dal momento del rientro a casa.
Il ruolo del sistema sanitario
La fase che segue il parto si rivela di frequente la più critica ed esposta per la salute fisica ed emotiva della donna. Durante l’intero percorso della gravidanza, la gestante viene costantemente monitorata e affiancata da ginecologi e ostetriche. Tuttavia, una volta oltrepassata la soglia dell’ospedale con la dimissione, la presa in carico della madre sembra interrompersi bruscamente, lasciando spazio a un profondo senso di smarrimento.
Il sistema sanitario garantisce un attento monitoraggio del neonato attraverso la rete pediatrica, i bilanci di crescita e le vaccinazioni, ma riserva uno spazio estremamente ridotto alla salute della donna. “Della donna che ha partorito ci si occupa pochissimo, fatta eccezione per la visita di controllo a quaranta giorni dal parto”, ha spiegato l’ostetrica e consulente professionale per l’allattamento Alessandra Bellasio. L’esperta ha raccontato come quotidianamente migliaia di neomamme si chiedano per quale motivo le istituzioni parlino continuamente di incremento della natalità ma nessuno offra un aiuto concreto nella fase successiva alla nascita.
Questa carenza strutturale finisce per delegare alla donna stessa il compito di valutare eventuali complicanze o sintomi fisici e psicologici. Senza punti di riferimento territoriali chiari, le madri sono costrette a cercare informazioni autonomamente o sui canali social per capire come gestire problematiche fisiologiche, dal recupero del pavimento pelvico alle difficoltà legate all’allattamento. La proposta normata intende colmare questa lacuna introducendo una presa in carico continuativa, guidata da un professionista sanitario capace di raccordarsi con specialisti dedicati.
Spezzare lo stigma della salute mentale materna e la tragedia della solitudine
Il disagio psicologico rappresenta una delle dimensioni maggiormente trascurate nel periodo perinatale, dove l’assenza di reti pubbliche lascia spazio a rischi drammatici. Le patologie come la depressione post parto o le psicosi perinatali sono spesso vissute nello stigma sociale o della mancanza di strumenti diagnostici precoci.
L’urgenza di un intervento normativo nasce anche dalla memoria delle tragedie accadute nell’isolamento delle mura domestiche. “Questa legge nasce nel momento in cui ci siamo accorte di quanto possa essere mortifero il vuoto lasciato attorno alle madri che soffrono, per far sì che storie dolorose non cadano nel vuoto e si smetta di accettare l’inaccettabile”, ha dichiarato con commozione la scrittrice e attivista Francesca Bubba. L’attivista ha richiamato i dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità, ricordando come negli ultimi dieci anni in Italia siano morte oltre settecento donne durante la gravidanza o entro un anno dalla sua conclusione, e come il suicidio rappresenti la prima causa di morte materna nel post parto.
Un ulteriore elemento di rischio riguarda la proliferazione online di risposte improvvisate o di figure non qualificate che cercano di trarre profitto dalle fragilità dei neogenitori. “Quando le istituzioni lasciano un vuoto, c’è sempre qualcuno che vi si insinua, e molto spesso a rispondere a una madre in difficoltà alle due di notte sui social sono figure autoproclamate esperte che promettono rassicurazioni prive di base scientifica”, ha denunciato Francesca Bubba. Garantire un presidio sanitario pubblico e professionale significa offrire una risposta certa ed evitare che la salute mentale delle madri sia abbandonata a se stessa.
Dal welfare privato alle garanzie pubbliche contro le disuguaglianze
Il tema dell’assistenza alla genitorialità si intreccia inevitabilmente con le disuguaglianze economiche e con la progressiva privatizzazione dei servizi di cura. Con il venire meno della tradizionale rete familiare estesa e l’innalzamento dell’età pensionabile dei nonni, il carico dell’accudimento cade interamente sui singoli nuclei familiari, traducendosi in un costo insostenibile o in un sovrappiù di fatica fisica per le madri.
La questione della sostenibilità economica è stata affrontata dal punto di vista giornalistico attraverso le inchieste promosse dalla piattaforma The Period. “Non possiamo continuare a invitare le persone ad avere figli senza costruire le condizioni materiali affinché possano crescerli senza essere lasciate sole”, ha affermato la giornalista Corinna De Cesare. Commentando la recente diffusione di servizi privati a pagamento come le tate notturne per neogenitori esausti, la giornalista ha evidenziato come il sollievo dalla stanchezza estrema sia diventato un lusso riservato a chi possiede adeguate risorse economiche.
Il welfare pubblico ha il compito di impedire che il diritto alla salute e al riposo dipenda dal reddito personale. “Il bisogno di cura non scompare quando non si hanno i soldi per pagare un servizio privato, ma si scarica inevitabilmente sulle donne, che continuano a pagare il prezzo più alto in termini di rinunce professionali e salute fisica”, ha aggiunto Corinna De Cesare. La mobilitazione promossa con la raccolta di oltre 43.000 firme dimostra l’esistenza di una diffusa domanda di riconoscimento pubblico del lavoro di cura.
I contenuti della proposta di legge e il percorso parlamentare
Il disegno di legge “La genitorialità non nasce da sola” si propone quindi di strutturare un percorso di accompagnamento universale e gratuito per le famiglie nei primi mille giorni di vita del bambino o dal momento dell’adozione. Il cuore della proposta risiede nell’attivazione di un’équipe multidisciplinare coordinata dalle ostetriche, con il coinvolgimento di psicologi perinatali, pediatri e mediatori culturali.
Dal punto di vista operativo, la norma prevede che l’équipe effettui una prima visita domiciliare entro 48 ore dalle dimissioni ospedaliere o dal rientro a casa, seguita da un secondo controllo nei primi 10 giorni e da visite successive concordate con la famiglia per monitorare lo svezzamento, il rientro al lavoro e i principali passaggi dello sviluppo. Sul piano strutturale, il testo richiede il rifinanziamento e il potenziamento dei consultori familiari, fissando un parametro minimo di un’ostetrica ogni 10.000 abitanti su tutto il territorio nazionale per evitare disparità regionali.
Il testo passa ora alla fase di calendarizzazione e discussione nelle commissioni parlamentari della Camera, dove saranno aperte le audizioni delle categorie professionali ed esaminate eventuali integrazioni. L’obiettivo espresso dalle promotrici è quello di trasformare la proposta in un patrimonio politico trasversale, affinché le istituzioni assumano la responsabilità della cura come valore collettivo e fondamentale per la tenuta sociale del Paese.
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