“Possono andarci se comprano i biglietti, ma nessuno ha intenzione di invitarli al tavolo dei negoziati”. Il riferimento è agli europei e viene da Yuri Ushakov, consigliere del presidente russo Vladimir Putin, che in sostanza relega gli europei a meri ed eventuali spettatori dei prossimi colloqui sull’Ucraina. Ushakov ieri – 28 ottobre – ha confermato all’agenzia di stampa Vesti che è stata concordata la ripresa dei negoziati trilaterali con i rappresentanti di Mosca, Washington e Kiev, ad Abu Dhabi, peraltro smentendo la data del 10 novembre annunciata dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Il giorno preciso, ha aggiunto, verrà reso noto presto.
Ushakov aveva detto che l’Europa andava coinvolta
Ushakov è lo stesso che qualche giorno fa aveva detto che nelle trattative per porre fine alla guerra in Ucraina, “non basta parlare solo con Kiev; dobbiamo parlare con tutta l’Europa, che sostiene pienamente Kiev, e forse la posizione dell’Europa in questo caso è fondamentale”.
Il consigliere spiegava che il Cremlino riteneva, dopo il vertice Trump-Putin in Alaska nel 2025, che gli Stati Uniti avrebbero convinto l’Ucraina a fare concessioni. Cosa che non si è verificata, da qui il ragionamento che non basti convincere Zelensky, bisogna parlare anche con gli europei che sostengono l’Ucraina.
Il 25 ottobre, il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov aveva affermato che il Cremlino avrebbe appoggiato la nomina di un negoziatore dell’Ue se questi fosse stato aperto a una soluzione pacifica. Tradotto, ad accettare le posizioni massimaliste di Putin, il quale martedì scorso ha riproposto al presidente finlandese e al premier norvegese, come presupposto per cessare le ostilità, il fatto che vengano “presi in considerazione appieno e senza alcuna condizione” gli interessi della Federazione Russa. Peskov ha comunque rilevato che di fatto un interlocutore europeo non c’è ancora.
La mancanza di un interlocutore europeo
In effetti gli europei non saprebbero chi mandare al tavolo, qualsiasi sia la veste: l’idea di designare un inviato speciale per l’Ucraina che possa parlare con i russi rimane controversa (sempre meno) e ancora di più lo è la scelta del nome. Lo scorso fine settimana sono circolate cinque ipotesi riportate dal Telegraph, tra cui il premier norvegese Jonas Gahr Støre e il presidente della Finlandia Alexander Stubb – che il 27 ottobre hanno telefonato a Putin di propria sponte (senza mandato dell’Unione europea e senza cavare un ragno dal buco, come accennato sopra) – e la premier italiana Giorgia Meloni, che ultimamente ha ribadito più volte la necessità di avere una voce che parli per il blocco, onde evitare di essere emarginati.
Quanto a Zelensky, il premier ucraino ha fatto sapere che Kiev sta preparando una lista di rappresentanti europei che potrebbero partecipare alle discussioni, aggiungendo che in altri incontri i consiglieri europei per la sicurezza nazionale avevano partecipato nonostante l’opposizione in via generale di Mosca.
Lavrov: “Gli europei continuano a dare a noi la colpa”
In questo insieme di dichiarazioni contrastanti, un punto rimane fermo: per il Cremlino i governi europei contribuiscono al prolungamento della guerra in Ucraina attraverso il sostegno a Kiev e ostacolano gli sforzi diplomatici per arrivare a un accordo di pace.
“Non abbiamo ancora assistito a un cambiamento nell’approccio dell’Europa, che continua ad adottare documento dopo documento, a pronunciare discorso dopo discorso e a rilasciare dichiarazione dopo dichiarazione che condannano la Russia e chiedono la fine della sua aggressione, ignorando completamente come tutto è iniziato”, ha sostenuto la scorsa settimana Sergej Lavrov, il ministro degli Esteri russo.
E sulla “volontà degli europei di inserirsi nel processo negoziale”, ha precisato: “Resta da vedere quale posizione adotteranno per farlo”.
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