(Adnkronos) – Arredi e materiali esclusivamente made in Italy per raccontare un territorio attraverso il design degli interni di una struttura ricettiva, offrendo a chi vi soggiorna l’esperienza autentica del sapere artigiano. Un viaggio che prosegue negli spazi che parlano di tradizione e identità, reinterpretata attraverso un linguaggio contemporaneo. E’ così che un luogo di ospitalità può valorizzare il patrimonio artigianale e il turismo luxury generare valore per il territorio. Da queste premesse nasce il progetto di Villa U Mari, struttura situata nella Sicilia sud-orientale dal design minimalista, disponibile in affitto per un massimo di 8 ospiti, che si definisce ‘rifugio scultoreo’.
A parlarne, in un’intervista ad Adnkronos/Labitalia, è Rachel Schilirò, interior architect con una lunga esperienza nella progettazione d’interni, che ha sviluppato l’interior design e il concept cromatico e materico delle ville di Flowcube Tourism in Sicilia. Il suo approccio parte dall’identità del luogo e dal dialogo con l’architettura per sviluppare ambienti contemporanei attraverso materiali, colori, arredi, vegetazione e atmosfera. Al centro del suo lavoro la convinzione che l’interior design non debba limitarsi alla dimensione estetica, ma contribuire a definire il modo in cui uno spazio viene percepito, vissuto e ricordato.
Il Made in Italy non è soltanto un prodotto, ma un insieme di cultura, territorio e saper fare. In che modo un progetto architettonico può diventare un’espressione contemporanea dell’identità italiana e, in particolare, siciliana?
“Per me, essere contemporanei non significa cancellare l’identità di un luogo, ma trovare un linguaggio nuovo per raccontarla. La Sicilia ha un’identità fortissima: nella luce, nei colori, nei materiali, nella vegetazione e nel rapporto con il paesaggio. Il concept architettonico sviluppato da Cottone + Indelicato con Villa U Mari parte proprio da questo rapporto con il territorio. Il mio lavoro sull’interior design è nato dal dialogo con l’architettura, sviluppandone la dimensione interna attraverso il concept cromatico e materico, gli arredi e l’atmosfera degli spazi. Non volevo creare interni che dichiarassero continuamente ‘siamo in Sicilia’. Mi interessava qualcosa di più sottile: fare in modo che la Sicilia si percepisse. Credo che anche questa capacità di reinterpretare un’identità senza trasformarla in folklore sia una delle qualità più interessanti del Made in Italy contemporaneo”.
Materiali, superfici, colori e dettagli hanno un ruolo centrale nell’esperienza di chi soggiorna in una struttura. Quanto è importante oggi il dialogo con l’artigianato locale per trasformare un luogo di ospitalità in un’esperienza autenticamente italiana?
“È fondamentale, perché uno spazio non si percepisce soltanto con gli occhi. Lo viviamo attraverso la materia, le superfici, la luce, i colori e gli oggetti che tocchiamo. Nel progetto abbiamo lavorato proprio su questa dimensione sensoriale. Il concept cromatico e materico nasce dall’osservazione del territorio e dalla volontà di creare un legame naturale tra ciò che si percepisce all’esterno e l’atmosfera degli interni. L’artigianato può aggiungere a questo racconto qualcosa di molto prezioso: l’unicità. Ma trovo importante utilizzarlo in chiave contemporanea, non come elemento folkloristico. Il vero valore del saper fare italiano sta nella possibilità di mettere una competenza antica al servizio di idee nuove”.
Il turista contemporaneo sembra cercare sempre più esperienze legate al territorio, alla sua storia e alle sue competenze. Può il turismo diventare uno strumento concreto per valorizzare e mantenere vivo il patrimonio dell’artigianato italiano?
“Sì, perché credo che oggi il vero lusso sia sempre più legato all’unicità dell’esperienza. Chi viaggia non cerca soltanto un luogo bello, ma qualcosa che non potrebbe vivere esattamente nello stesso modo altrove. Una struttura ricettiva può diventare una porta d’ingresso alla cultura di un territorio. Materiali, lavorazioni, arredi, oggetti e persino la vegetazione possono raccontarlo in maniera molto immediata. Anche la vegetazione scelta per i patii, per esempio, è stata considerata come parte dell’interior design. In questo caso, non abbiamo cercato di riprodurre la vegetazione del paesaggio circostante: le piante sono state scelte per il carattere che conferiscono a questi spazi, per le forme, le proporzioni e per il modo in cui dialogano con materiali e luce. Il patio diventa così quasi una stanza a cielo aperto, con una propria atmosfera. Il turismo può quindi aiutare l’artigianato e le competenze locali non soltanto conservandole, ma dando loro nuove occasioni di espressione. Per mantenere viva una tradizione, bisogna permetterle anche di evolvere”.
Questa villa mette in relazione architettura, paesaggio e tradizione siciliana, reinterpretandoli attraverso un linguaggio contemporaneo. È questa, secondo voi, una delle chiavi per rendere il Made in Italy competitivo nel turismo internazionale senza trasformarlo in un semplice esercizio di nostalgia?
“Assolutamente sì. Il rischio, quando si lavora in un territorio con un’identità così forte, è trasformarlo in una cartolina. A me interessava esattamente il contrario. Non abbiamo cercato di ‘sicilianizzare’ gli interni aggiungendo simboli riconoscibili, ma di lavorare sulle sensazioni: colori, materia, luce, arredi, vegetazione. Sono elementi che possono creare un legame con il luogo in maniera molto più sofisticata. Credo che questo sia importante anche per un pubblico internazionale. Le persone vogliono riconoscere il luogo nel quale si trovano, ma non necessariamente attraverso una rappresentazione letterale della tradizione. Il Made in Italy può essere estremamente contemporaneo proprio perché ha radici molto profonde. La sfida è non limitarsi a mostrarle, ma utilizzarle per creare qualcosa di nuovo”.
Se immaginiamo il soggiorno come un viaggio che continua anche dentro gli spazi della struttura ricettiva, quale ruolo possono avere artigiani, designer, architetti e produttori locali nel costruire un’esperienza turistica capace di raccontare davvero l’Italia e generare valore per il territorio?
“Credo che un buon progetto nasca quando architettura e interior design non competono per essere riconoscibili, ma dialogano per costruire un’unica esperienza. Ognuno porta una competenza diversa. L’architettura costruisce lo spazio e la sua relazione con il contesto; l’interior design lavora sul modo in cui quello spazio viene percepito e vissuto attraverso materiali, colori, arredi, luce, dettagli e atmosfera. Artigiani e produttori aggiungono poi competenze, materia e unicità. Per chi soggiorna nella villa, però, queste distinzioni professionali devono scomparire. L’ospite deve semplicemente sentire che tutto appartiene allo stesso racconto. È questa la parte del mio lavoro che trovo più affascinante: trasformare elementi molto diversi in un’identità coerente e creare spazi che non siano soltanto belli da vedere, ma che lascino una sensazione e un ricordo”.
(di Alessia Trivelli)
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