(Adnkronos) – Stop a misure 'tampone', come il taglio delle accise per contrastare il caro carburanti. Per rilanciare l'economia del nostro Paese, servono interventi strutturali a partire dalla prossima legge di Bilancio. Ne è convinta l'economista e autrice Veronica De Romanis, docente di politica economica europea alla Luiss 'Guido Carli' di Roma, intervistata da Adnkronos/Labitalia sugli scenari futuri per l'economia italiana nella situazione di sempre maggiore incertezza internazionale.
Professoressa De Romanis, con le tensioni internazionali che non accennano a fermarsi qual è lo scenario economico che possiamo trovarci davanti nei prossimi mesi, sia a livello internazionale ma anche europeo?
Ovviamente è molto difficile dirlo, bisognerebbe avere una palla di vetro. Si può dire cosa bisognerebbe cominciare a fare: evitare di avere un atteggiamento di emergenza. Un esempio molto pratico di 'casa nostra' è lo sconto sulle accise. L'abbiamo già fatto, è un errore, è regressivo e distorsivo. Regressivo perché avvantaggia le persone più abbienti, distorsivo perché incoraggia il consumo di un bene, l'energia, che invece andrebbe scoraggiato. Ci è già costato quasi due miliardi, non vedo perché continuare a replicare una misura che non funziona, quando invece la soluzione si chiama sostegno al reddito delle famiglie più bisognose. Quindi l'emergenza non deve essere affrontata con misure 'tampone', bisogna avere una visione più lunga in questa fase con misure strutturali.
A livello europeo, quali le differenze nella crescita tra Italia e Spagna a suo parere?
I dati ci dicono che l'Italia nel secondo trimestre di quest'anno ha fatto 0,2 di crescita, la Spagna 0,7 congiunturale. Dal punto di vista tendenziale noi siamo uno, la Spagna è sopra il due. E noi sul primo trimestre siamo a meno della metà della zona europea. E questo fa capire che quando avvengono le crisi, e le crisi stanno avvenendo anche in maniera imprevedibile, ci facciamo trovare poco robusti e fragili, e ogni volta reagiamo con lo stesso metodo: con le misure tampone.
Gli osservatori dicono che la Spagna cresce più di noi grazie agli investimenti sulle rinnovabili.
Sulla Spagna però bisogna capire da dove si parte. Nel 2009-2010, quando ci fu la crisi finanziaria, la Spagna e l'Italia erano più o meno nella stessa situazione di difficoltà. La Spagna andò alle elezioni, votò ed emerse una forza di maggioranza molto forte e stabile. Noi decidemmo di non andare alle elezioni e di chiamare i tecnici. La Spagna chiese l'aiuto europeo con il programma di aggiustamento, ottenne più o meno quarantanove miliardi e arrivò la famosa troika. Però fece tutta una serie di riforme, dal mercato del lavoro alla pubblica amministrazione, dall'istruzione al fisco e oggi, quindici anni dopo, si vedono i frutti, con una dinamica di crescita che è più sostenuta della nostra, anche se, per esempio, sul mercato del lavoro sono messi peggio. Noi allora abbiamo deciso che dovevamo delegare e far fare il lavoro sporco ai tecnici. Ma il governo Monti fece una riforma, quella delle pensioni, e poi più niente. E l'Italia è da 20 anni che non riforma il sistema economico. Oggi infatti ci troviamo con un'economia che nonostante 450 miliardi di risorse tra Superbonus 110 e Pnrr è praticamente ferma. Questo perché? Perché noi mettiamo delle risorse su un terreno che non è stato arato. È come un fertilizzante che che va via. E la colpa è di tutti i governi che si sono succeduti.
Cosa può fare sull'economia il governo Meloni in questa ultima parte di legislatura?
Il governo deve capire che la stabilità non è un obiettivo ma uno strumento. L'obiettivo è la crescita e non si può, quando si spendono 1.150 miliardi di spesa pubblica, avere una crescita asfittica a 0,2%, c'è qualcosa che non va. Quindi non è vero che la coperta è corta, la coperta è lunga, c'è un problema solo di qualità della spesa. Allora il governo deve mettere mani nel bilancio pubblico. Anche se è l'ultima legge di bilancio, bisogna avere una visione lunga, non una visione emergenziale, e cominciare a mettere le risorse lì dove servono, ovvero nell'istruzione, nel capitale umano. Da qualche altra parte bisognerà tagliare, questo è molto chiaro, ma tagliare in maniera chirurgica, non tagli lineari un po' per tutti. E' il momento di fare politica economica, anche se è un po' tardi, però meglio tardi che mai. Fino ad oggi si è proceduto senza politica economica, cioè senza un programma e senza delle priorità politiche ben definite.
Perchè secondo lei è fondamentale per il nostro Paese investire sul capitale umano?
Perchè i numeri del nostro Paese su questo sono agghiaccianti. Noi siamo ultimi in spesa per istruzione, ultimi in spesa per ricerca e sviluppo. Ma d'altra parte siamo primi per spesa per gli interessi sul debito. C'è qualcosa che non va. Non è possibile che noi spendiamo per primi in Europa sul conto che lasciamo alle nuove generazioni e siamo ultimi per spesa in Europa sull'investimento del futuro dei nostri giovani. Un Paese così è destinato al declino. (di Fabio Paluccio)
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